Il futuro del lavoro, tra formazione continua e competenze trasversali

di Maurizio Decollanz



Partiamo da un presupposto: i baby boomber, quelli nati tra 1945 e il 1963, hanno potuto contare su un percorso formativo che, una volta concluso, li ha portati fin quasi alla pensione con una longevità professionale ultratrentennale. Nel corso degli anni questa validità formativa si è via via sempre più ridotta fino ad arrivare ai giorni nostri: conclusi gli studi, la professionalità acquisita resta valida per circa tre o cinque anni. Poi diventa obsoleta. E se non si corre ai ripari diventa difficile restare nel mondo del lavoro attivo. Non solo, le generazioni passate hanno potuto contare su mestieri che, pur prevendendo una certa specializzazione, si esplicitavano in azioni ripetitive e monotone come quelle alle catene di montaggio in fabbrica. Oggi questo genere di attività sta per essere definitivamente affidate all’automazione robotica più evoluta. Del resto, le funzioni automatiche e automatizzate non sono certamente la massima aspirazione per un essere umano. La sfida più importante per il futuro del lavoro è quella di interpretare il cambiamento in atto.

Formazione e competenze sono chiaramente le due parole chiave. Formazione continua, lungo tutta la vita lavorativa, e competenze trasversali o ibride, capaci di andare oltre la singola specializzazione, sono gli strumenti fondamentali per perseguire un più alto tasso di occupazione, dinamicità del mercato del lavoro, redistribuzione della ricchezza attraverso funzioni meglio pagate, sviluppo e benessere economico. Tutti gli indicatori certificano come i Paesi che investono di più in formazione, ricerca e sviluppo sono quelli che ottengono i più bassi tassi di disoccupazione e il più stabile tenore economico. Basti pensare alla Germania e agli Stati Uniti che occupano rispettivamente il 96,9% e il 96,4% della forza lavoro, spendendo in R&D il 2,53% e 2,62% del loro PIL. L’Italia è ferma all’1,31%. Per la sola istruzione l’Italia spende ogni anno circa 65 miliardi di euro contro i 127,4, quasi il doppio, della Germania. Nonostante i due Paesi abbiano tra loro una popolazione numericamente non troppo distante: 82,7 milioni i tedeschi e 60,4 milioni gli italiani.

Veniamo allo scenario della cosiddetta quarta rivoluzione industriale che vede i dati come la leva competitiva di maggior valore e potenziale. Dati che troppo spesso vengono erroneamente identificati solo con ciò che solitamente regaliamo alle piattaforme sociali condividendo le nostre preferenze, i nostri spostamenti e orientamenti politici. I dati che ci offrono l’opportunità di migliorare produttività e sviluppo non sono questi. O almeno non solo. Pensiamo a ponti che ci comunicano quando hanno bisogno di manutenzione prima di collassare, a immagini di campi agricoli che ci dicono dove intervenire in modo più sostenibile e meno invasivo possibile, a flotte aeree meglio dislocate e rotte modificate con grande anticipo per evitare turbolenze causate dal maltempo. Oppure a professionisti capaci di rendere più efficace il loro lavoro grazie all’aiuto di assistenti che velocizzano e migliorano i processi alla base delle loro decisioni, siano essi medici, fiscalisti, ingegneri, docenti o operatori bancari. I sistemi di intelligenza artificiale che utilizzano cloud, internet delle cose, blockchain e cyber security di ultima generazione offrono enormi opportunità ma solo se accompagnati da un capitale umano adeguatamente formato.

Il report di IBM dal titolo “From roadblock to scale: the global sprint towards AI” afferma che il 2020 sarà l’anno della svolta per l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese: dopo un avvio al rallentatore, questo sarà l’inizio di una crescita esponenziale che porterà l’80/90% delle aziende ad applicare soluzioni AI entro i prossimi 18-24 mesi. Attualmente, 3 aziende su 4 tra quelle intervistate stanno utilizzano l’AI in qualche misura, dalla piena integrazione all’avvio di fasi esplorative. Ma, svela l’indagine, per il 37% delle aziende l’ostacolo principale per un’adozione più matura è costituito dalla mancanza di conoscenze e competenze.

Nei prossimi 12 mesi gli investimenti maggiori, su scala globale, si indirizzeranno verso le soluzioni di intelligenza artificiale proprietarie (35%), reskilling dei dipendenti e ampliamento della forza lavoro (33%), integrazione dell’AI nei processi e nelle applicazioni esistenti (28%) e attività di ricerca e sviluppo (26%). Come sempre i privati si dimostrano più reattivi al cambiamento, guidati dalla necessità di rendere sostenibile e competitivo il proprio modello di business. Ma il freno, la zavorra alimentata da percorsi formativi non adeguati, avvantaggerà i Paesi che più hanno investito e continueranno ad investire in formazione, ricerca e sviluppo. Chi non segue questo trend non solo continuerà ad avere livelli occupazionali e redditi insoddisfacenti, ma vedrà anche aumentare la fuga di cervelli verso l’estero. L’Istat certifica che nel 2017 hanno lasciato il nostro Paese circa 115mila italiani. Più della metà, il 52,6%, è in possesso di un titolo di studio medio-alto: si tratta di circa 33 mila diplomati e 28 mila laureati. Per formare questi ultimi si calcola che l’Italia abbia speso circa 150mila euro ognuno. Quindi la perdita secca per il solo 2017 ammonta a circa 4 miliardi e 200 milioni di euro. Molto più di alcune riforme messe in campo per la spendig review. Un danno economico rilevante sotto molti aspetti se si considera anche che un report della Banca d’Italia mette in stretta relazione la “fuga di cervelli” con il calo di competitività e crescita delle aziende. Con conseguenti riflessi negativi sull’occupazione.

Che cosa fare, dunque? Investire sulle persone, sulle loro competenza e professionalità, è la strada maestra per pubblico e privati. Meglio se con una strategia coordinata e concordata tra le parti. Comprendendo i cosiddetti “corpi intermedi”. La scuola è il primo gradino di ogni percorso formativo: quando la Germania si trovò a fronteggiare l’unificazione con la DDR fece leva proprio su una profonda riforma degli istituti professionali superiori. Oggi possiamo sicuramente dire che agirono al meglio. I docenti, a cui affidiamo la crescita e lo sviluppo dei cittadini di domani, dovrebbero essere i primi a ricevere gli strumenti adeguati per insegnare materie innovative, ibride e capaci di combinare abilità prettamente umane con le tecnologie più evolute. Magari con una paga adeguata. Dentro ogni smartphone, per fare un esempio concreto di ciò che potrebbe essere introdotto negli studi, si celano potenzialità enormi e ancora poco sfruttate: da dove cominciare ad insegnare la fruizione consapevole e evoluta di social e digital news se non dalla scuola? E da dove può cominciare una nuova e forte alleanza formativa tra pubblico e privati se non sempre dalla scuola? Da dove cominciare ad investire in formazione se non proprio dagli stessi formatori? Anche gli scenari più critici presentano enormi opportunità. E come sempre, il futuro, anche quello del lavoro, avrà le forme che le mani di oggi sapranno darle. Al lavoro, quindi.

10 gennaio 2020

Maurizio Decollanz, Head of IBM Communications Italy
@Decollanz

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